Il Negromante Radioattivo

The-curves-of-mountains-(USA)MIRIADNAdotCOM
C’era una volta un uomo.
Non erano i tempi del mito e delle fiabe, ma non sono nemmeno i giorni nostri.
C’era una volta un uomo.
Viveva da qualche parte negli Stati Uniti, quando ancora non erano cinquanta stati, e forse non erano neppure quarantacinque.
La parte di Stati Uniti in cui viveva era in mezzo a catene di montagne assai alte, aguzze e affilate.
Viveva lì perché fra quelle montagne sorgevano colline, e fra quelle colline spuntavano prati.
Su quei prati, quell’uomo aveva costruito la sua fortuna, fatta di una villa enorme, quadrangolare, ocra e blu, perfino con un paio di piccole torri.
Attorno alla villa, a perdita d’occhio, verso ogni direzione si dirigevano i campi di grano e i ciliegi di cui quell’uomo era proprietario.
E per tanto tempo quell’uomo non era stato solo.

Ma poi, quest’uomo di cui non importa sapere il nome, quest’uomo aveva perso qualcuno.
Non è necessario sapere chi avesse perso: aveva perso qualcuno. Era morto qualcuno che a quest’uomo era caro.
L’uomo era rimasto solo, e chi non era morto lo aveva col tempo abbandonato.
Ora però non aveva più intenzione di rimanere da solo per il resto dei suoi giorni, solo assieme al dolore.

Non si sa bene come, ma certamente grazie agli avanzi di fortune che ancora possedeva, l’uomo entrò in possesso di un libriccino, il cui potere era a tratti neppure pronunciabile. E sicuramente non fu il Necronomicon o un qualche altro tomo dal potere immenso e allo stesso tempo molto conosciuto. No, era un libro molto più anonimo, nessuna scritta compariva sul fronte o sul retro o sulla costa della copertina.
Ma l’energia che emanava dalle sue pagine avrebbe fatto invidia a qualunque altro testo di stregoneria.
L’energia di quel libro era in eterno contatto col mondo dei morti, che fosse chiamato Ade, o Agartha, o Inferi.

Era un’energia, quella che l’uomo si preparava a utilizzare, che richiedeva sacrifici.
E molto probabilmente non furono code di rospo o sangue di vergini a dover essere raccolti dall’uomo, ma ingredienti altrettanto macabri, frutto di atti empi, dovette riunire fra le sue braccia, il giorno in cui si apprestò a compiere il rituale.
Un rituale di cui non si sa nulla, né le formule da pronunciare, né tantomeno la lingua per queste formule, e neppure uno dei minuziosi gesti che sicuramente l’uomo avrà dovuto compiere.

Eppure quel rituale avrebbe avuto luogo, e l’uomo sapeva benissimo quale sarebbe stato il posto perfetto.
Alle radici delle montagne che sovrastavano la sua villa e i suoi campi disabitati, c’era una grotta, buia, spaziosa, profonda.
Quale luogo migliore per connettersi col regno dei morti, in cui portare ingredienti macabri frutto di atti empi così da compiere un rituale vecchio di chissà quanto?

Per cui, indossato il cappello, raccolta la sacca con tutto l’occorrente e impugnato il bastone da passeggio, fu di buon mattino che l’uomo si diresse verso la grotta.
Non faceva differenza che il rituale si svolgesse di giorno o di notte, e certamente non l’avrebbe fatta negli anfratti più reconditi e perduti di tutto lo stato.
In molto più tempo di quanto avrebbe voluto, raggiunse comunque l’ingresso della caverna, un passaggio assai sottile quanto tagliente, in cui l’uomo dovette sforzarsi di scivolare.
E una volta dentro poté constatare quanto quell’ingresso fosse la metafora perfetta della morte. Al di là del corridoio esile e pungente attraverso cui si era introdotto, tutto diveniva maestoso e ciclopico, gli antri si susseguivano uno più vasto dell’altro, le ragnatele erano tendaggi bianchi e iridescenti, bagnati dalla rugiada e dalle muffe che verdeggianti e anch’esse brillanti penzolavano e gocciolavano dalle volte rocciose. E pure i ragni, nel loro combattere con scarafaggi e centopiedi, anch’essi erano assai più grandi di qualunque altro insetto o simile l’uomo avesse mai visto.
Se solo tutto ciò fosse avvenuto diversi decenni dopo, se solo avesse potuto avere fra le mani un contatore Geiger, l’uomo lo avrebbe sentito ticchettare all’impazzata.
Invece no, e l’avventura dell’uomo si sarebbe conclusa in maniera differente da come l’aveva ideata e preparata.
Non solo demoni o spettri avrebbero richiesto una pesante tassa, quel giorno, ma anche l’uranio che dalle crepe della pietra faceva risplendere in maniera stregata le muffe e le gocce e le ragnatele.

La fine dell’uomo era vicina, man mano che si faceva vicino il fondo della grotta.
C’era un ultimo salone, quasi perfettamente circolare, come se fosse stato scavato da mani e attrezzi, più che dall’azione degli agenti naturali.
Al centro stava l’uomo.
Attorno a lui i resti di fuochi e arnesi e cose indicibili.
E l’uomo al centro. Immobile e nudo.
Nulla lo circondava più, se non la tenebra e le rosse ceneri lucenti e le luci dell’uranio verde.
E l’uomo stava al centro.
Era nudo e immobile e aspettava.
Aspettava il ritorno di qualcuno, o l’arrivo di qualcuno, che gli avrebbe portato quel qualcuno che doveva ritornare. Non ne era certo, ma non per questo osava spostarsi di un solo millimetro.
Se solo avesse potuto sapere…

E invece cadde.
Non avrebbe mai avuto modo di spiegarsi o di cercare una motivazione, perché da lì a poco tutto sarebbe finito.
L’uomo cadde al suolo.
Dapprima finì sulle ginocchia, poi la testa, la fronte, fu ficcata fra le sue mani che intorpidivano e gli si stringevano sul viso che si tumefaceva e si disfaceva.
Rossori lo avvinghiavano dalle cosce alle dita delle mani, dalle dita dei piedi alle scapole, senza che nulla potesse fare di diverso dal soffrire.
Soffriva, l’uomo.
Ma nulla poteva farci.
Neppure urlare: ci provò, aprì la bocca, ma nulla uscì dalle sue labbra.
Soltanto, vi entrò l’uranio, vi entrarono le radiazioni.
L’uomo bruciò, qualcosa di rovente gli grattava la gola così come la pelle.
E brandelli di mucosa e tessuto epiteliale si staccavano come corteccia dalle pareti dei suoi organi e dalla sua muscolatura.
Anche avesse potuto, non avrebbe più urlato.

E nella mente dell’uomo tutto era colore e ombra.
Non capiva cosa stesse succedendo attorno a lui quanto non capiva cosa stesse succedendo dentro di lui, dentro la sua testa.
Vedeva cose incompresibili, inspiegabili, meravigliose.
Se non fossero stati gli Stati Uniti di troppi anni fa, degli Stati Uniti che ancora erano soltanto quaranta stati e dove ancora non c’erano i contatori Geiger, forse avrebbe capito cosa stava guardando nella sua sconclusionata follia.

C’erano interi mondi alieni, c’erano realtà alternative in cui avrebbe potuto perdersi.
C’erano civiltà perdute, c’erano guerre dimenticate fra le pieghe del tempo.
C’erano armi al di là di ogni immaginazione, c’erano suoni terribili.
C’erano verità che travalicavano la ragione, c’erano bugie allettanti.
C’erano e allo stesso tempo non c’erano.
Perché tutto questo, dopo tutto, forse, era solo frutto della sua immaginazione.

E l’uomo, oramai, non era nient’altro che un uomo morto.
Forse, perché qualcosa era infine arrivato, e stava strisciando fra le ombre.

 

 

Nota: l’immagine a inizio pagina è stata rubata da internet (dal sito Miradna.com), perché non avevo tempo (leggete “voglia”) di scattare io una foto che fosse sufficientemente figa. Ma tanto non monetizzo, quindi non faccio torto a nessuno. Credo.

Autore: Il Negromante Radioattivo

Scrittore, gamer, laureato (AKA Maestro Dottore in Italianistica), aspirante tante cose.

2 pensieri riguardo “Il Negromante Radioattivo”

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